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L'USCITA DEL FILM "I
banchieri di Dio"
Da La Stampa, 8 marzo 2002
8 marzo 2002 - Calvi, intricata storia di infamie arcitaliane.
SI vede il Papa, ma "per rispetto" non in faccia: nella sua poltrona, o mentre pedala sulla cyclette. Si vede monsignor Marcinkus, responsabile dello Ior, l´Istituto per le opere di Religione, la banca del Vaticano: gioca a golf, è Rutger Hauer. Si vede Giulio Andreotti (il sosia Marco Marchetti si muove e parla come lui) ma non viene nominato, soltanto chiamato Il Gobbo. Si vedono Michele Sindona, Licio Gelli, Tassan Din, Francesco Pazienza, Flavio Carboni. Si vede Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano a Milano, la maggiore banca privata italiana: viene strangolato da due delinquenti, impiccato, trovato morto a Londra sotto il ponte dei Frati Neri, nel giugno 1982. "I banchieri di Dio (Il caso Calvi)" di Giuseppe Ferrara mette in scena i più forti poteri d´Italia, legali e illegali, deviati o regolari, operanti segretamente o allo scoperto: il Vaticano, certa leadership democristiana, la mafia, la P2, l´Opus Dei, la finanza laica e quella cattolica, i servizi segreti, anche la malavita romana, insomma gli elementi della corruzione che intossicò il Paese negli Anni Settanta.
Il regista ha indagato con i suoi film intorno ad altri misteriosi assassinati d´Italia, Aldo Moro, Giovanni Falcone, Carlo Alberto Dalla Chiesa, la cui morte coi suoi mandanti non è stata mai chiarita, neppure quando qualcuno è finito in galera. Questa volta, insieme con la sua sceneggiatrice Armenia Balducci, pur analizzando la fine di Roberto Calvi ha concentrato l´attenzione soprattutto sull´intreccio dei poteri, sui soldi utilizzati per fare politica (sovvenzionare Solidarnosc, impadronirsi del "Corriere della Sera" perchè tacesse o parlasse a comando, cambiare gli equilibri italiani nel senso indicato dalla P2), sulle impressionanti attività finanziarie mescolate ai tradimenti, ai rapporti inumani e alla morte (l´uccisione di Calvi, il suicidio della sua segretaria). L´intreccio risulta tanto intricato e impensabile, che neppure il film riesce spesso a essere chiaro, a farsi seguire con facilità . Nel caso di analoghi docu-drama sulla storia recente, Oliver Stone sceglie a esempio un punto di vista nella contraddittoria confusione o sovrapposizione degli eventi,e segue quello a rischio di risultare schematico. Ferrara è più scrupoloso (ha a che fare con poteri tuttora forti e determinanti, racconta di alcuni personaggi ancora esistenti) ma meno nitido: e del resto anche nella realtà , anche vent´anni dopo, in quelle vicende molto è ancora fumoso, torbido, impunito.
Omero Antonutti fa un lavoro d´interpretazione molto raffinato. Recita benissimo quell´impasto di prepotenza e vulnerabilità , di astuzia e ingenuità che formava il carattere di Roberto Calvi: combattente strenuo per i propri interessi e la propria sopravvivenza e credulone che non riusciva a dubitare della propria buona stella e dell´amicizia degli "amici", finanziere spietato e marito-padre sentimentale, abile truffatore facile da raggirare. Il film imperfetto, un poco rozzo, a volte approssimativo, resta appassionante, e speriamo che il suo contributo civile non susciti attacchi o polemiche: non soltanto perchè ricorda di quali infamie i cittadini italiani siano stati vittime, ma anche perchè insegna a riconoscere infamie simili pure nel presente.
Lietta Tornabuoni
Da L'Unione Sarda - I Banchieri di Dio
presentato a Cagliari
10 marzo 2002 - Il regista ieri ha presentato "I banchieri di Dio" a Cagliari
Misteri e poteri d'Italia.
Ferrara, luce sugli intrighi del caso Calvi.
La P2. Licio Gelli. Lo Ior. Il Banco Ambrosiano. Monsignor Marcinkus. La mafia. I servizi segreti. Mediobanca. Il Caf (Craxi, Andreotti, Forlani). Francesco Pazienza. Flavio Carboni. E Roberto Calvi. Metteteli insieme, e non otterrete "cronache marziane" ma un quadro dell'Italia anni Ottanta. L'intreccio di politica e affari, un disegno criminale su cui ancora oggi - nonostante processi e sentenze - pesano ombre e bugie.
Come dire: una sceneggiatura già pronta. E infatti 14 anni fa Giuseppe Ferrara - regista "scomodo" de Il sasso in bocca, Il caso Moro, Giovanni Falcone, Cento giorni a Palermo - aveva scritto il film sul caso Calvi, il banchiere che finì impiccato a Londra, una morte che alzò il velo (parzialmente) sui tanti misteri d'Italia. Soltanto oggi il film - I banchieri di Dio - arriva nelle sale, dopo vicissitudini produttive e bastoni fra le ruote - e il regista Ferrara lo accompagna volentieri di città in città . Per spiegare ai giovani che non sanno nulla, per ricordare a chi ha dimenticato, per dibattere con chi crede ad un cinema che non rinuncia all'impegno civile. Ieri Ferrara era a Cagliari allo spazio Odissea, in una serata organizzata dal coordinamento sardo dei circoli del cinema Ficc.
I banchieri di Dio è un film che non sconti. "Attacca tutti i poteri forti", dice il regista. Ma come è accaduto anche per le sue opere che mettevano il naso nella mafia, non s'è inventato nulla. "Tutto documentato, scritto leggendo e rileggendo gli atti dei processi e delle sentenze. Tanto è vero che nel film ho messo citazioni di sentenze. Un po' per onestà di cronaca, un po' per rendere vero quello che sembrerebbe invenzione". Il protagonista doveva essere Gianmaria Volontè (che era già stato Moro per Ferrara) al quale il copione era molto piaciuto. Chiese solo qualche modifica che portò via 2 mesi, un tempo fatale che innescò titubanze, rifiuti, ritardi da parte degli altri produttori. "All'epoca - ricorda il regista - c'era la Penta Film pronta a produrlo che era di Berlusconi. Ma poiché il film attaccava Andreotti e Craxi non faceva di certo una bella figura, me lo bocciarono". Seguirono anni di attese e dinieghi (Volontè intanto era morto) fino a trovare con il coraggio del produttore Enzo Gallo e con un fondo d'intervento statale la possibilità di dare il primo ciak.
Al centro del film c'è Calvi. "Con la sceneggiatrice Armenia Balducci - dice Ferrara - abbiamo cercato di capire la vicenda umana di questo banchiere. Passava per un uomo algido e freddo, ma abbiamo scoperto che era un padre affettuoso. Abbiamo parlato a lungo con i familiari, nel film molti dialoghi sono presi proprio dai verbali. Ci hanno detto che erano falsi. No, tutto vero".
Alla fine esce il ritratto di un "travet che si è arrampicato in alto, toccando i punti nevralgici e nascosti del potere. E molte di quelle persone sono nella stanza dei bottoni ancora oggi". Un film politico? Non proprio ma un film di denuncia, certo. Coerente con la linea di inchiesta civile di Ferrara, che guarda alla sostanza. E a chi lo accusa di giocare con la verosimiglianza (sceglie sempre attori che siano sosia di personaggi famosi) lui risponde con semplicità : "Mi dicono che ricreo l'effetto Bagaglino. Bene, sono onorato di fare un Bagaglino drammatico. Mi sembra ipocrita far leva su questo per criticare il mio cinema. Quando Stone usa Hopkins per la caricatura di Nixon nessuno però dice nulla". Conscio che queste operazioni cinematografiche hanno sempre un prezzo ("resterò almeno 5 anni senza poter girare un nuovo film"), Ferrara si lamenta semmai per le denunce (anche Flavio Carboni ha tentato di bloccare I banchieri di Dio perché lo diffama). "Faccio film contro la mafia, cerco di far luce sui misteri d'Italia: non cerco medaglie, invece mi puniscono".
Sergio Naitza .